28
Feb
2010

Signifer et cornicem

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Thumbnail imageUna macchina da guerra collaudata, perfettamente organizzata e straordinariamente efficiente. Questo era l’esercito legionario, il formidabile strumento attraverso cui la civiltà romana poté estendersi a tutto il bacino mediterraneo, dal Portogallo alla Siria, dalla Scozia all’Egitto, lasciandovi un’impronta non più dimenticata.

Per quasi mille anni le legioni di Roma seppero adattarsi ai nemici più diversi e affrontarono le tattiche belliche più disparate: le cariche furiose e selvagge dei barbari d’Occidente (Galli, Britanni, Germani) e gli attacchi ordinati e compatti delle falangi greche; le scaramucce improvvise dei guerriglieri Celtiberi e le evoluzioni esemplari degli eserciti di Annibale; la cavalleria catafratta dei Sassanidi e le schermaglie veloci e devastanti degli arcieri Parti.

Dalle pianura padana alle sabbie africane, dalle foreste germaniche agli altopiani anatolici, seppero trarre frutto da ogni esperienza di guerra, dalle vittorie non meno che dalle sconfitte, adeguando la propria macchina bellica ai nuovi nemici e alle esigenze dei tempi senza mai snaturare quell’organizzazione perfetta, rigida e flessibile a un tempo, che assicurò loro innumerevoli successi.

Il signifer e il cornicem sono due figure importanti nell’economia della legione. Studiamoli osservando con attenzione il pezzo scolpito per la Masterclass da Alan Ball e dipinto da Davide Chiarabella

Al suonatore di “cornu” (uno per centuria) erano affidati segnali fondamentali come quelli di attacco o ritirata o di segnalare altri movimenti delle insegne che, nel clamore della battaglia, potevano essere avvertiti solo tramite il suono cupo e profondo del suo strumento. Il “cornu”, di derivazione etrusca, differiva sia dalla buccina, di minor formato e priva del sostegno centrale, sia dalla tuba, costituita appunto da un lungo tubo rettilineo in bronzo, terminante ad imbuto.

Il signifer era invece “il portabandiera” della centuria e della coorte (costituita da sei centurie), unità tattiche della legione (non della legione nel suo insieme il cui stendardo era invece portato dall’aquilifero). Era il simbolo in cui la specifica unità combattente si identificava e ne esibiva i segni specifici e caratteristici e i trofei, allineati sul lungo stelo, riccamente ornato con croci, ghirlande, nastri e dischi (phalerae), il cui significato non è ancora del tutto chiaro. Il signum era sormontato da una punta di lancia ornamentale, oppure da una mano alzata, forse inizialmente simbolo del manipolo (raggruppamento tattico di due centurie). Secondo alcuni, infatti, il termine manipolo deriverebbe dal latino “manus”, a indicare un piccolo gruppo, una “manciata” di uomini.

Ambedue questi militari, già gravati dall’ingombro del signum e del cornu, non portavano lo “scutum”, il grande scudo curvo rettangolare, tipico dei legionari dell’età imperiale pesante circa 6/7 kg., ma il più piccolo e comodo “parma”, dalla forma tondeggiante. Ugualmente non avevano in dotazione né pilum né lancia, impossibili da maneggiare con le braccia già impegnate, ma soltanto l’immancabile gladio (portato sul fianco destro) e il pugnale (pugio) al fianco sinistro, come gli altri soldati di truppa. E’ interessante osservare che queste armi sono entrambe di origine spagnola. Il gladio, lungo 55/60 cm., era una robusta spada che rimase nei secoli sostanzialmente immutata; veniva usato essenzialmente di punta, per portare violente e decisive stoccate al riparo del grande scudo a forma di tegola. Il pugnale era un’arma da mischia, adatta agli spazi ristretti di uno scontro all’ultimo sangue.

Ai piedi portano le caligae, la tipica calzatura militare. Nonostante l’apparente fragilità, erano un vero e proprio “scarponcino” dell’epoca, con una spessa suola rinforzata da chiodi (anche un centinaio per piede), che ne riducevano il logorio e una robusta serie di cinghie che ne assicuravano la stabile legatura, ma permettevano anche un’ottima aerazione.

Poiché l’insegna reca, fra gli altri, il segno dello scorpione, è probabile che i due soggetti appartengano alla cohors pretoria, cosi chiamata perché addetta alla protezione del comandante della legione, del prefetto e dei tribuni, presso le cui tende essa piazzava i propri alloggiamenti. Era composta da soldati di provata fedeltà e di consumata esperienza, ma il cui armamento e le cui mansioni, per il resto, non differivano da quelli degli altri legionari.

Paolo Di Marco

 

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