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Ferro e cuoio bollito

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n.d.r

Articolo liberamente tratto dalla rivista “Modelli Militari” nr 17 del sett/1979!

Questo articolo come ricordato è stato scritto ormai 30 anni fa! Una vita fa, non tutto ciò che c’è scritto è ancora valido; molte sono le cose che Venturi stesso ha contribuito a migliorare; ho comunque deciso di metterlo a disposizione di tutti per due motivi:

1) Contiene comunque informazioni tecniche e storiche sempre preziose e utili a tutti i “soldatinari”

2) Da l’idea dello spessore del” maestro” Mario Venturi; un appassionato che di fatto rappresenta e incorpora la storia del figurino storico in miniatura. A Mario va tutto la nostra riconoscenza e gratitudine per la passione la competenza e le capacità che ha dimostrato in tutti questi anni.

Grazie Mario

Franco Carcione

Mi sembra innanzitutto necessario soffermarmi sui motivi per i quali ritengo semplicistico limitarsi a dipingere uno stemma italiano sulla cotta e sullo scudo di un soldatino di serie rappresentante un cavaliere del XIV° secolo per ottenere un buon pezzo che raffiguri un italiano di questo periodo.

Prescindendo da quelli di produzione italiana, ottimi da un punto di vista storico, i soldatini di serie riproducenti cavalieri trecenteschi porgono il fianco a molte critiche.

Tali pezzi infatti o hanno le varie parti dell’armamento assemblate con troppa disinvoltura, cioè appartenenti a periodi storici diversi, o riproducono un tipo di armamento (principalmente pezzi del periodo 1380-1410) troppo monotono, standardizzato e mancano di molti particolari piccoli ma importanti come rivetti, cerniere, coietti, ecc…

In entrambi i casi questi cavalieri hanno un armamento

tipicamente all’inglese che i disegnatori di soldatini traggono dalle lastre tombali che si trovano numerose in Inghilterra.

I difetti sinora indicati, presenti su molti pezzi, permangono tali anche volendo riprodurre un cavaliere inglese o francese, né conviene fidarsi troppo di ciò che si vede dipinto sulle riviste, anche inglesi, dove spesso si vedono attribuiti ai pezzi gli stemmi di personaggi che non corrispondono all’epoca a cui appartiene il tipo di armamento presente sul figurino.

Questo fa ben comprendere come anche riguardo agli elementi di carattere generale siano da prendersi con le molle; volendo invece riprodurre un cavaliere italiano è necessario non solo correggere ed integrare i pezzi di serie ma anche intervenire con trasformazioni spesso profonde.

 

DIVERSITA’ TECNICHE E STILISTICHE

Benchè la produzione italiana di armi e armature detenesse il monopolio dell’esportazione nell’area Anglo-Francese e quindi l’evoluzione tecnico-stilistica dell’armamento difensivo seguisse in Italia e in quella zona le stesse linee generali, nondimeno gli armaioli italiani trovarono da parte del mercato, diciamo interno, una richiesta piuttosto diversificata rispetto a quella dei committenti esteri.

Questo in particolare per ciò che concerne la protezione degli arti.

Tale aspetto specifico dell’evoluzione dell’armatura vide proprio in Italia lo svilupparsi delle prime esperienze di sovrapposizione di piastre rigide sulle maniche e sulle braghe di maglia di ferro ma fu grazie alla continua richiesta di maggior protezione da parte di inglesi e Francesi che portò l’armamento delle braccia e delle gambe alle sue soluzioni definitive prima che gli armaiuoli italiani, raccogliendo in un tutt’uno quanto di meglio era stato sperimentato fino ad allora, dessero vita all’eccezionale apparecchio geurresco conosciuto come armatura bianca.

Vediamo dunque quali sono i vari elementi che differenziano l’armatura di transizione “all’italiana” da quella “all’inglese”.

L’armatura trecentesca è definita “di transizione” costituendo, attraverso le sue varie forme evolutive, l’elemento di congiunzione tra l’armatura di maglia di ferro XIII° secolo e quella interamente in piastre metalliche nata nei primi decenni del XV° secolo.

Testa

In primo luogo in Italia il “grande elmo” chiuso tende a scomparire dai campi di battaglia prima che nel resto dell’Europa e già nei primissimi decenni del XIV secolo si afferma l’abitudine di indossare il bacinetto a camaglio da solo e non come protezione supplementare al di sotto del grande elmo.

Prima dell’avvento della visiera a “muso di maiale” fig. 1F che verso il 1360-70 si diffonde in tutta Europa, la protezione del volto è caratterizzata in Italia, diversamente che in Inghilterra ed in Francia dove appaiono vari tipi di visiere per lo più piatte Fig. 1E e 1G, da soluzioni che prevedono appendici mobili del camaglio che coprono il volto lasciando liberi soltanto gli occhi Fig. 1H e 1I, o da paranaso mobili di ferro.

Tronco

La protezione del tronco costituita da una serie di lamine o piastre rivettate su una casacca di pelle fornita di gonnello anch’esso corazzato è comune a tutta l’Europa. Rare, se pur non assenti, in Inghilterra, le catenelle di sostegno per spada, daga ed elmo fissate sulle piastre pettorali dell’armatura che sono invece comuni in Italia e Germania fino al 1370 – 80 Fig 1M e 1O.

 

Braccia e gambe

Proprio nell’armamento degli arti, come già accennato, sta la maggiore differenza tra le soluzioni preferite dagli italiani e quelle che si affermarono in Inghilterra e Francia. Durante il primo trentennio del secolo si riscontra una certa uniformità laddove un’ampia manica di maglia di ferro è integrata da piastre a doccia scempie e doppie e rotelle indossate sopra o sotto le maniche a protezione di avambraccio, braccio, gomito e spalla. Mentre in Italia queste piastre sono fabbricate in cuoio bollito nella cera e modellate a stampo e più o meno rinforzate con elementi di ferro, come hanno recentemente dimostrato eminenti studiosi italiani, in Inghilterra il ferro sta in luogo del cuoio bollito; questo se si condividono le opinioni degli esperti inglesi che minimizzano o addirittura escludono la presenza del cuoio bollito nella panoplia inglese; io sono di diverso avviso per lo meno riguardo al trentennio in questione.

Prescindendo da questo, la differenza maggiore è data dal fatto che in Italia la protezione di piastre rigide è indossata nella maggioranza dei casi sotto la manica di maglia di ferro Fig.2D mentre in Inghilterra le piastre rigide appaiono spesso al di sopra della maglia di ferro Fig.3D.

In Inghilterra e in Francia fra la terza e la sesta decade del secolo si completa la protezione totale a vista in piastre di ferro comprensiva di gomitiera e piastre o lamine di spalla.

Negli anni successivi si aggiungono le alette alla gomitiera e si migliorano le articolazioni mediante lamine di raccordo Fig.3E. In Italia invece al momento del declino della ampia manica di ferro permangono le protezioni composite di cuoio e ferro Fig.2E. Il guanto risente delle due rispettive tendenze: omogeneo e molto presto in ferro all’estero, con falangi articolate; in cuoio bollito e ferro in piastre e in scaglie in Italia a due terzi del secolo.

Per quanto riguarda gli arti inferiori e partendo dalla gamba, i protagonisti sugli opposti fronti della guerra dei 100 anni passano dalla doccia di ferro, e forse di cuoio bollito nei primi anni, Fig 3A e 3B alla doppia doccia sicuramente in ferro che si diffonde verso il 1360 Fig. 3C.

La ginocchiera si evolve in forme sempre più combacianti con lo schiniere, partendo da una forma carenata, passando da quella discoide e a quella globulare per tornare a quella carenata con aggiunta di lamine di raccordo e alette laterali. L’armatura della coscia consiste fino al 1340 in un imbottito o in un incoiato Fig.3° mentre da quella data fino al 1360 diviene una protezione di lamelle rivettate al di dentro di un supporto di stoffa o di pelle con la rivetta tura a vista.

Da quest’ultima data appare la protezione a doccia di ferro anche per la coscia che ben presto si evolve in doppia doccia passando per una soluzione intermedia consistente nel prolungamento della piastra di protezione anteriore della coscia atto a proteggere la parte posteriore esterna della stessa Fig.3C.

In Italia diversamente si segue la stessa via battuta per le braccia e, pur partendo subito da un gambale completo, ma in cuoio bollito, talvolta rinforzato da stecche di ferro, si rimane, seppur con qualche eccezione, fermi a questa soluzione fin verso il 1370, quando si affermano definitivamente anche in Italia le piastre metalliche.

La ginocchiera vede diverse soluzioni prevedenti l’uso contemporaneo di cuoio, maglia e lamine di ferro. Per la coscia dominano gli imbottiti rinforzati di ferro e cuoio che cedono lentamente il passo a piastre, articolate verticalmente o solidali, di ferro o di cuoio.

Anche i piedi son protetti in Italia più alla leggera Fig.2°, 2B, 2C.

 

GIACO DI MAGLIA DI FERRO E COTTA DI MAGLIA

Per quanto riguarda la protezione di maglia di ferro l’inizio del secolo vede il passaggio dal lungo usbergo duecentesco al giaco che arriva all’altezza del ginocchio. Col passare degli anni il giaco si accorcia sempre più fino a coprire non più che l’addome. La diversità nelle due aree in questione Fig1L si riscontra nella prima metà del secolo e riguarda l’entità della diffusione, consistente in Inghilterra e scarsa in Italia, del giaco con il bordo inferiore della parte anteriore di forma triangolare.

Questa caratteristica è ben leggibile grazie alla foggia della cotta d’arme in uso in quel periodo. Questa infatti, derivata da quella del secolo precedente, è ancora ampia e sgonnellante ma ancora molto accorciata sia nella parte posteriore, dove giunge all’altezza delle ginocchia, ma soprattutto in quella anteriore, dove, non raggiungendo che l’addome, mette in evidenza sia il gonnello di piastre rivettate al supporto di stoffa o pelle, sia la maglia di ferro con o senza la punta in questione.

In Inghilterra la cotta d’arme si adegua via via all’accorciarsi del giaco di maglia di ferro perdendo la lunghezza posteriore eccedente verso il 1340. Verso il 1360 si arricchisce di festoni al bordo inferiore e diviene sempre più attillata Fig.1N fino ad assumere la tipica esasperata forma a “vita di vespa” verso il 1380. In Italia la cotta più lunga posteriormente sopravvive in alcuni casi fino alla metà del secolo Fig.1M e, pur accorciandosi, stringendosi e acquistando la festonatura, non raggiunge mai la vera e propria foggia a “vita di vespa” Fig.1O.

Nell’ambito della cotta d’arme è la Francia che si diversifica maggiormente grazie ad una grande varietà di fogge che prevedono spesso ampie maniche strette ai polsi.

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ALCUNE PRECISAZIONI

In primo luogo è necessario ribadire che le varie tendenze tecnico-stilistiche proprie alle due aree in questione vanno intese come predominanti e non talmente categoriche da precludere varianti ed in alcuni casi anche elementi di contraddizione. L’area Anglo-Francese, resa tale dal prolungato contatto a tutti i livelli fra queste due nazioni causato della Guerra dei 100 Anni, trova i suoi elementi diversificanti nella foggia delle cotte d’arme, come abbiamo già visto e, osservando l’iconografia (lastre tombali, miniature), nella maggiore frequenza di varianti atipiche dell’armamento in Francia.

Per quel che riguarda i due soldatini proposti è da osservare che le fonti iconografiche utilizzate presentano in entrambi i casi una terza catenella , alla quale si aggancia il “grande elmo”, che è stata omessa per non appesantire troppo i pezzi.

Infine in riferimento allo stemma di Filippo Dei Desideri, le fonti scritte parlerebbero di nove losanghe argento (bianche) poste in banda in campo azzurro. Ma poiché sia la lastra tombale che la riproduzione grafica della stessa, dovuta ad un autorevolissimo disegnatore, mostrano soltanto cinque losanghe poste in croce (uno, tre, uno), anch’io ho optato per questa soluzione.

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BIBLIOGRAFIA

L. Boccia – E. Coelho, L’armamento di cuoio e ferro nel trecento italiano (L’illustrazione Italiana , Estate 1974)

L. Boccia – E. Coelho, Colaccio Beccadelli: an Emilian Knight of about 1340 European Armour, Batsford Book 1972

H. Curtis, 2.500 Years of European helmets, Beinfeld 1978

T. Felgate, Knights on Suffolk Brasses, East Anglian Magazine Ltd 1976

H. Ashdown, British and continental arms and armour, Dover publucations inc. 1970

P. Martin, Armes et armures, Office du livre 1967

V. Norman, Armi e Armature, Mursia 1967

n.d.r

Per la cronaca l’articolo prosegue con la descrizione del lavoro di trasformazione che Venturi ha dovuto affrontare per realizzare due cavalieri italiani della prima metà del Trecento.

Evidentemente le basi di partenza e il lavoro descritto risultano assolutamente superati dal progresso fatto sia da parte dei produttori che nelle tecniche di modifica che nei materiali.

Riporterò pertanto solo le foto dei pezzi con una minima didascalia di riferimento storico.


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FILIPPO DEI DESIDERI

Per riprodurre Filippo dei desideri, un cavaliere bolognese morto nel 1315, ho utilizzato una eccellente riproduzione grafica della sua lastra tombale che si trova nella chiesa di S. Domenico in Bologna.

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COLACCIO BECCADELLI

La lastra tombale di quest’altro cavaliere bolognese si trova nella chiesa dei SS. Nicola e Domenico in Imola ed è stata oggetto di un approfondito studio pubblicato in questi anni (1979 ndr)

Proprio dalla ricostruzione grafica di questo monumento, presente nel citato studio, ho tratto lo spunto per la creazione del mio soldatino.

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