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La vita a bordo di una nave da guerra del XVIII secolo
Di José Maria Alarcon
Il secolo della luce consacrò la navigazione di linea come una delle più splendide creazioni mai realizzate dall’uomo.
Già alla fine del secolo precedente erano state adottate e definite delle rotte militari con duelli ravvicinati di artiglieria frontali o laterali con conseguente abbordaggio.
La disposizione delle batteria e la formazione in linea consisteva nel raggruppare le navi costruendo una “muraglia”, ciò presupponeva la costruzione di navi molto robuste ai lati.
Così le navi da guerra un secolo dopo, i muri di legno, si presentarono in tutta la loro maestosità con ricchi equipaggiamenti, eleganti castelli di poppa e con la potenza delle loro bocche da fuoco; esemplari come la Victory (inglese da 106 cannoni) o la Santisima Trinidad (spagnola da 118 cannoni – la più grande al mondo fino al 1805) figureranno sempre nei gloriosi annali della storia della marina militare e dell’architettura navale.
Ci si chiede dunque, come si svolgeva la vita di bordo ? come si manteneva la disciplina durante le traversate che duravano mesi o durante i sanguinosi combattimenti ? e la convivenza ? e l’alimentazione ? La realtà al di la della gloria e delle medaglie non era tanto poetica.
L’equipaggio di una nave costituiva una fedele ricostruzione della società dell’epoca. Il castello occupava quasi la metà della coperta superiore e era ad esclusivo uso degli ufficiali, nessun marinaio si sarebbe mai permesso di accedere, salvo che non fosse specificamente richiesto dall’espletamento di qualche funzione o compito.
Il comandante e gli ammiragli occupavano a poppa una spaziosa sala aperta con finestre e balaustre, piacevole e ben illuminato, ma gli ufficiali dormivano in baracche simili agli armadi forniti per il loro corredo, mentre i guardia marina (fra 20 e 30, secondo i casi) venivano ammucchiati tutti insieme in un ambiente da 6x3 mt nella coperta inferiore, un recinto squallida e sporca sotto la linea di galleggiamento.
In questo ambiente gli odori della convivenza e del rancio, delle provviste, della stiva e degli scarichi dei liquami che si situavano giusto sotto il loro ambiente. La tavola da pranzo serviva anche come banco del chirurgo mescolando le macchie di salsa a quelle del sangue dei caduti
Il resto della ciurma era ammucchiato nelle piani dei cannoni (due, tre o quattro, secondo le navi) e nel castello di prua.
Ammucchiati senza alcuna intimità, nella massima promiscuità centinaia di uomini dormivano nelle proprie amache che piazzavano giusto sopra i cannoni.
Se si tratta di artiglieri, questi, praticamente, passavano l’intera loro esistenza a bordo a fianco dei loro pezzi da 24 e da 32 cm. La notte quelli non erano in servizio spiegavano le loro amache stendendole sopra i pezzi tramite i ganci fissi del soffitto; di giorno mangiavano sulle tavole di legno che calavano con delle cerniere dalle pareti dell’imbarcazione.
Le “coperte” erano ambienti chiusi, l’altezza non superava il 180 cm e le uniche finestre da cui penetrava la luce e l’aria fresca erano le botole dei cannoni.
Se c’era cattivo tempo queste botole venivano chiuse, così che centinaia di uomini rimanevano pressoché al buio in un ambiente del tutto chiuso.
Dopo pochi giorni di navigazione tutte le acque nere (di scarico) della nave si accumulavano nel pozzo di raccolta e producevano tali emanazioni che l’aria già rarefatta diventava del tutto irrespirabile; la nave praticamente odorava come un organismo in decomposizione talmente invivibile da rendere insopportabile la vita a chiunque si trovasse a vivere al in quel tipo di ambienti.
Nave Santísima Trinidad. Dettaglio della poppa

Il rancio caldo si preparava in un enorme forno alimentato a carbone che nei suoi 2 mt di cavità era in grado di arrostire un maiale di intero e di preparare 40 kg di gallette con una sola infornata. Sulla sua cima di legno c’era un condensatore in rame che produceva giornalmente circa 60 litri di acqua distillata da destinare al medico di bordo.
In generale la dieta consisteva nel pesce pescato o di carne salata, legumi, gallette e in rare occasioni burro e formaggio. In teoria siccome dopo le prime settimane del passaggio l'alimento si deteriorava, presentando tutta una colonia di parassiti al punto da rendere impossibile separarli dagli alimenti. La carne curata, per esempio, anche se di qualità misera, era in linea di principio nutriente e non assolutamente sgradevole fino a che non diventava dura come il legno al punto da poterla spezzare in briciole di color mogano Il formaggio si infestava di grandi e rossi vermi e lo stesso accadeva alle gallette.
I vermi non trattenevano certo un marinaio affamato, in effetti all’inizio il formaggio veniva accolto anche con soddisfazione, soprattutto nella prima fase della decomposizione. Ma più avanti queste varianti erano poco apprezzate, tutto diventava duro e immangiabile, troppo pieno di vermi e le gallette si trasformavano in polvere e perdevano tutto il loro valore nutriente.
Arrivati a questo punto, gli uomini preferivano mangiare i topi della nave. Erano conosciuti come “mugnai” per via dello strato bianco che gli restava sulla testa visto che sguazzavano tutto il tempo nella farina.
Un ratto grande e ben spellato costituiva un prodotto molto apprezzato.
Nel frattempo, agli ufficiali in abbinamento al maiale veniva offerto del buon vino
Nella marina britannica è diventato molto popolare il "grog", una razione di rum che veniva fornito due volte al giorno alla ciurma, il “grog” era così denominato per il mantello (grog) usato nell’occasione dall'ammiraglio Edward Vernon, quando nel 1740 ha inventato la formula di tre parti di acqua ed uno di rum. La combinazione era forte e portava il bevitore ad uno stato di ebbrezza felice, da qui il soprannome di "groggy".
Una giornata tipo in mare comincia all'alba. Con il suono del campana del caporeparto e con le urla dei subalterni che attraversavano le coperte inferiori colpendo con le cime coloro che ancora dormivano nelle amache.
I marinai che non si alzavano velocemente venivano stati gettati direttamente alla terra.
Gli uomini si vestivano rapidamente, assicuravano le loro amache e uscivano in coperta. Una volta sopra, gli uomini procedevano al lavaggio delle coperte e ne lucidavano la superficie con "le pietre benedette", così denominate perché la più piccola di quelle pietre abrasive aveva il formato di una bibbia.
Nave Santísima Trinidad.
Detalle

La coperta veniva cosparsa di sabbia, ciò aiutava a pulire la superficie ma massacrava le ginocchia degli uomini che si arrotolato in su i pantaloni per conservare i vestiti intatti, poco alla volta il marinaio si denuda fino al punto in cui si trova ad avere la maggior parte del corpo nudo.
Durante il giorno si muove a piedi nudi ritenendolo più comodo per alzare ed abbassare gli ancoraggi, ecc. Alle 6.00, la campana annuncia la colazione dell’equipaggio che gli inglesi chiamavano "il burgu" un impasto di acqua e poltiglia che veniva accompagnato da caffè scozzese, una mistura amara di pan di spagna dissolto in acqua calda.
Le guardie notturne erano durissime, soprattutto quando il mare era agitato.
I turni di quattro ore a partire dalle 20.00 erano tremendi per degli uomini vestiti di qualche indumento di tela di canapa e di cotone, considerata il grado di protezione dal freddo e dall’umidità che offrivano.
Una punizione frequente che vigeva tra i giovani cadetti inesperti (generalmente adolescenti di buona famiglia) era quella di destinarli durante la notte per ore sulla parte superiore dell’albero maestro; una cosa che in caso di cattivo tempo poteva risultare terribile.
Come già ricordato non esageriamo certo nel dire che molti uomini cadevano rapidamente vittime di infiammazioni (scorbutto, febbre gialla) che si diffondevano con straordinaria rapidità decimando l’equipaggio e convertendo la nave in un focolaio di infezione, al punto tale che quando ormeggiava in un porto la popolazione costiera spesso si faceva prendere dal panico.
In questi casi si issavano delle segnalazioni con l’alfabeto del mare (le bandierine) ad indicare lo stato di quarantena dell’imbarcazione. Nelle circostanze normali, all’equipaggio della nave non era permesso sbarcare per evitare diserzioni in massa.
Così lo svago rappresentato dalle donne e dal rum era trasferito a bordo trasformando il ponte in inusuale locande dove gli uomini e le donne bevevano, si ubriacavano, danzavano al suono del violino e della campana e si accoppiavano.
Solitamente ogni nave aveva un medico chirurgo.
Come tavolo per operare usavano il tavolo da pranzo dei guardiamarina dove piazzavano tutti i loro strumenti.
In tempo di guerra il rimedio miracoloso per ogni tipo di ferita era l’amputazione, per realizzarla di fianco alla tavola veniva posizionato un barile dove gettare le membra amputate e un bracere dove scaldare gli attrezzi in modo da ridurre lo shock del ferro freddo.
Come anestetico si poteva disporre dell’alcool, il rum essendo ad alta gradazione alcolica è fortemente anestetico.
Pensate che in proporzione i morti in battaglia erano proporzionalmente inferiori ai decessi causati dalle condizioni di vita dell’equipaggio.
In questo modo la prospettiva di servire la marina militare era vista come una vera e propria sventura, ed era scelta solo da coloro che non avevano assolutamente nessun altra possibile alternativa.
Pochi, comunque, la ritenevano attraente, al di la dei manifesti, dei bandi o dei sogni di gloria della vita in mare.
Il reclutamento era fatto quasi sempre di forza (arruolamento forzato), alla base dei bandi di arruolamento che venivano effettuati nelle città portuali vi era la raccolta di tutti gli uomini utili che si incontravano, marinai o meno, e questo aspetto li tramutava praticamente in una indiscriminata caccia all’uomo.
Prima della voce del nuovo arruolamento forzato le città di mare rimanevano deserte, al punto da sollevare le rabbiose proteste da parte dei proprietari delle navi mercantili che faticavano sempre più a trovare e ritrovare i membri dei loro equipaggi.
La mancanza di personale da fornire alle navi della marina era diventata una questione particolarmente seria in Spagna con le conseguenze disastrose avute a San Vicente (1799) e a Trafalgar (1805); mentre nella Francia rivoluzionaria hanno dovuto spesso ricorrere al reclutamento di vagabondi disperati e galeotti o ai militari di leva fuggiti dalla miseria della vita a terra nella speranza di arrivare ad un mondo meno spietato e crudele.
Per plasmare questo amalgama molto-colorato, la disciplina era feroce e le punizioni erano all’ordine del giorno.
Da un delitto minore, come un eccesso di maldicenze, al colpevole venivano imposto agli anelli di trazione e la gogna pubblica al ponte.
Il malcapitato rimaneva in quella posizione con le mani legate alla parte posteriore fino a che il comandante non decideva di interrompere la punizione.
La frusta merita una menzione speciale.
Veniva convocata tutta la ciurma per le 11.00 h, ora tradizionale della punizione, l’appuntamento contempla lo spettacolo, a loro giudizio, edificante della fustigazione.
Il punito veniva legato all’albero maestro da uno degli ufficiali e piantonato, dopo di che il malcapitato subiva la punizione.
Ma prima che ciò accadesse gli veniva chiesto lui se avesse qualcosa da dichiarare a suo favore; in generale questi taceva e allora il comandante ordinava di denudarlo e di legarlo agli anelli.
Si leggeva il regolamento corrispondente all’infrazione punita, contemporaneamente tutti i presenti si toglievano il cappello
Per concludere, con il permesso del capitano, il maestro prendeva la frusta a nove code e cominciava a frustare, colpendo con tutte le sue forze. Dopo un dozzina dei frustate, il maestro veniva sostituito da un secondo carnefice per assicurare l'efficacia la punizione.
Il comandante poteva ordinare fino a 100 frustate. Molti uomini non sopravvivevano a questo trauma.

© José María Alarcón. Ottobre 2003

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